II ritorno della Gioconda al Louvre. 1914, Henri Roger-Violett

VINCENZO PERUGGIA, L’ITALIANO CHE RUBÒ LA GIOCONDA

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Vincenzo Peruggia, un oscuro operaio italiano emigrato in Francia, si rese protagonista di una delle vicende più straordinarie nel mondo dell’arte. Rubò il famoso dipinto di Leonardo Da Vinci, la Gioconda, dal museo del Louvre.

Vincenzo Peruggia era nato nel 1881 a Dumenza, in provincia di Varese. Esercitava il mestiere di imbianchino. Nel 1907 emigrò a Parigi in cerca di lavoro. Dopo qualche tempo, a causa della presenza del piombo nelle vernici che utilizzava, si ammalò di saturnismo. Una malattia professionale che comportava, tra gli altri, anche disturbi psichici. Per tale motivo Peruggia abbandonò l’attività di imbianchino, impiegandosi come operaio in una vetreria.

Il museo del Louvre a quell’epoca non disponeva di protezioni per le opere esposte. La direzione del museo decise di far sistemare dei cristalli davanti ai quadri di maggior valore per proteggerli dai visitatori e anche, in qualche modo, da eventuali tentativi di furto. Per tale lavoro fu incaricata la ditta Gobier di Parigi. Tra i dipendenti di Gobier c’era anche Vincenzo Peruggia.

L’operaio italiano, di carattere molto suscettibile, veniva preso in giro dai colleghi francesi per la sua scarsa conoscenza della lingua e per il fatto che si dilettava a suonare il mandolino. Lo chiamavano “Mangia-spaghetti”. Aveva una gran voglia di rivalsa nei confronti di questi francesi che lo bullizzavano. All’epoca era diffusa la convinzione che il dipinto della Gioconda fosse stato sottratto da Napoleone durante le sue campagne in Italia. Cosa assolutamente falsa poiché il quadro, dipinto a Firenze, che aveva come soggetto Monna Lisa moglie di Francesco del Giocondo, era stato ceduto dallo stesso Leonardo a Francesco I d’Orleans, re di Francia. Probabilmente fu l’allievo di Leonardo Gian Giacomo Caprotti, detto “Salai”, che aveva seguito il maestro in Francia, a cedere il quadro al re dopo il decesso di Leonardo.

Nell’estate del 1911 iniziò a frullare nella testa del Peruggia l’idea di rubare il quadro esposto al Louvre, dove stava lavorando per sistemare i cristalli davanti ai dipinti. La cosa gli sembrò fattibile poiché il quadro non godeva di alcuna protezione particolare. Gli operai della ditta Gobier inoltre avevano il libero accesso al museo anche in orari in cui lo stesso non era aperto al pubblico.

La sera della domenica del 20 agosto del 1911 Vincenzo, deciso a portare a termine il suo piano, fece il giro delle osterie del suo quartiere per crearsi un alibi. Si fece notare suonando con il mandolino alcune canzoni napoletane. Finse di ubriacarsi che sembrava non riuscisse a mantenersi in piedi. La mattina seguente si svegliò di buonora e si recò al museo che erano appena scoccate le 7, dove generalmente iniziava il suo lavoro di vetraio verso le 9 del mattino. Il lunedì era giorno di chiusura al pubblico. Già a quell’ora c’era un discreto andirivieni di dipendenti che entrava nel museo dal portone Jean Goujon, solitamente riservato al personale interno e a quello delle ditte esterne. Non incontrò guardiani al suo ingresso. Si recò deciso verso il Salon Carré dove era esposto il quadro di Leonardo.

Nella sala era solo. Afferrò il dipinto e si nascose in una sala attigua, la Sept Mètres, dove tolse la cornice e il vetro liberando la tela. Siccome misurava solo 70 centimetri per 50 la arrotolò e l’avvolse nella sua giacca. Si diresse con fare indifferente verso la porta da dove era entrato con il fagottino della giacca sottobraccio. Anche all’uscita non fu notato dal personale di sorveglianza. Salì su una vettura del servizio pubblico ma si accorse che faceva il percorso in direzione inversa per raggiungere la sua modesta casa. Dovette scendere alla prima fermata e aspettare una nuova vettura diretta a rue de l’Hopital Saint-Louis dove abitava nella mansarda di un edificio. Arrivato al suo alloggio, vi lasciò la tela e ridiscese in tutta fretta per recarsi regolarmente al lavoro presso il museo del Louvre. Arrivò in leggero ritardo. Si giustificò dicendo che la sera prima aveva fatto bisboccia e si era ubriacato.

Nel pomeriggio, tornato a casa, affidò il dipinto al suo amico Vincenzo Lancellotti, che abitava nello stesso palazzo, perché temeva che l’umidità della sua soffitta potesse danneggiare la tela. Forse temeva anche una eventuale perquisizione della polizia.

Solo il giorno seguente, quando il museo riaprì al pubblico, due giovani pittori, che ne frequentavano le sale per ragioni di studio, si accorsero che mancava il quadro della Gioconda entrando nel Salon Carré. C’era un inquietante riquadro disegnato dalla polvere e dal tempo ma del dipinto non c’era traccia. I due corsero a informare della cosa il capo della sorveglianza. Fu un lampo che la sala si riempì con i responsabili del museo. Dopo poco giunse anche il capo della polizia a cui si unì il sottosegretario alle Belle Arti che era stato richiamato dalla sua vacanza in campagna nei dintorni della capitale.

Nei giorni seguenti Vincenzo Peruggia preparò un nascondiglio per la tela. Creò un sottofondo nel tavolo della sua cucina, lasciando un piccolo spessore tra questo e il ripiano dello stesso. Inserì la tela ben distesa, rimise a posto il ripiano fermandolo con quattro viti inserite dalla parte inferiore.

Il capo della polizia aveva intanto iniziato le sue indagini. Poiché il furto era avvenuto in un giorno di chiusura al pubblico, ne dedusse che lo stesso fosse opera di qualcuno entrato nonostante la chiusura. Quindi diresse le sue ricerche verso i dipendenti del museo e il personale delle ditte che avevano accesso allo stesso. Furono interrogati tutti i dipendenti. Anche Peruggia fu interrogato dalla polizia che si recò nel suo alloggio perquisendolo. Quella mattina il funzionario di polizia era alla terza perquisizione. Stanco, si sedette a una sedia appoggiandosi al tavolo. Prese le sue carte e scrisse il verbale di perquisizione che risultò negativo, utilizzando il ripiano del tavolo sotto il quale c’era la tela di Leonardo.

La Gioconda restò per due anni nascosta nella soffitta dove abitava Peruggia. Ogni tanto l’operaio italiano smontava il ripiano e rimaneva alcuni minuti ad ammirare il dipinto del grande Leonardo da Vinci. Dopo due anni si convinse che ormai la polizia e le autorità francesi avessero rinunziato alla ricerca del quadro. In effetti dopo tanto tempo le indagini si erano affievolite. Mentre, al contrario, si erano diffusi sospetti sul furto basati sul nulla. Il giovane Pablo Picasso e il suo amico Guillaume Apollinaire erano stati addirittura arrestati perché sospettati di essere implicati nel furto. I due riuscirono a dimostrare la loro totale estraneità al fattaccio.

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Nell’autunno 1913 Peruggia lesse su un giornale la notizia di una mostra di pittura curata dal mercante ed esperto d’arte fiorentino Alfredo Geri. Decise di contattarlo per vendergli la Gioconda. Gli scrisse una lettera nella quale offrì al mercante di cedergli la Gioconda a condizione che il dipinto rimanesse per sempre in Italia. Non parlò di vendita e nemmeno di prezzo, ma chiese di venir rimborsato delle spese che aveva sostenuto. Geri sulle prime era incredulo, ma mostrò la lettera che aveva ricevuto al direttore della Regia Galleria di Firenze. Nonostante lo scetticismo i due furono d’accordo a rispondere alla lettera. Scrissero nella missiva che erano disponibili ad acquistare il dipinto alle condizioni poste, invitando il Peruggia a un appuntamento per esaminare la tela di cui era in possesso.

L’appuntamento era per l’11 dicembre in un albergo di Firenze. Quando Geri, il direttore della Regia Galleria e Peruggia si incontrarono, questi tirò fuori la tela da una sacca. I due rimasero allibiti. Avevano capito a prima vista che si trattava della tela originale. Era là, davanti ai loro occhi, dopo che si erano quasi perse le speranze di ritrovarla. Fu Geri, da mercante qual era, ad intavolare la trattativa. Peruggia chiese per sé 500.000 lire, equivalenti a circa 500.000 euro di oggi. In fondo ben poca cosa per un dipinto di tal fatta. Geri finse di acconsentire ma chiese di portar via la tela per esaminarla nel suo laboratorio e accertarsi che fosse effettivamente l’originale. Stabilirono che il giorno seguente Geri sarebbe tornato con il denaro richiesto. Il giorno seguente furono i carabinieri a recarsi in albergo. Peruggia fu arrestato.

Il quadro, rimesso nella sua cornice, restò in Italia per due anni con il consenso del museo del Louvre. Fu esposto alla Galleria degli Uffizi, poi nei saloni di Palazzo Farnese dove era ospitata l’ambasciata del paese d’oltralpe. Infine fu esposto alla Galleria Borghese di Roma.

Il dipinto fu traportato in Francia con un treno speciale, in una carrozza di prima classe, super protetto dalla polizia italiana. A Modane, frontiera italo-francese, fu consegnato alle autorità di quel paese. Quando il convoglio entrò nella Gare de Lyon a Parigi stavano ad attenderlo tutte le più alte cariche della Francia, con in testa il Presidente della Repubblica.

Vincenzo Peruggia, chiuso in prigione, godeva di una grande popolarità e dell’ammirazione degli italiani per l’impresa che veniva considerata patriottica. Le autorità francesi ebbero la delicatezza di non chiedere pene esemplari. Il processo si svolse a Firenze nel 1914. L’avvocato difensore invocò l’infermità mentale. Il perito del tribunale, il medico psichiatra professor Paolo Amaldi, al quale evidentemente il Peruggia stava simpatico, gli pose una sola domanda durante il processo. Gli chiese: «Se due uccelli stanno su un albero e il cacciatore spara a uno di essi, quanti ne rimangono sull’albero». L’imputato rispose prontamente: «Uno». «Deficiente!» esclamò il professor Amaldi. La risposta giusta era “nessuno” poiché l’altro uccello sarebbe scappato udendo lo sparo. Così dimostrò alla corte l’infermità mentale dell’imputato. I giudici di primo grado ebbero la mano leggera condannandolo a un anno e 15 giorni di prigione. In appello la reclusione fu ridotta a soli sette mesi e 8 giorni. Peruggia fu immediatamente liberato poiché già aveva scontato la pena con l’arresto preventivo.

Fu arruolato nell’esercito e combatté nella prima guerra mondiale. Dopo la guerra si sposò e si trasferì di nuovo in Francia, con l’unica accortezza di utilizzare il suo secondo nome, Pietro, per non venir riconosciuto. Nonostante il cambio di nome la sua figlioletta, che era nata a Parigi, veniva chiamata affettuosamente dai vicini italiani e dai conoscenti “La Giocondina”. Non fu mai tradito da questi presso le autorità francesi. Vincenzo Peruggia morì Saint-Maur-des-Fossés, nei dintorni di Parigi, a 44 anni. Era l’8 ottobre del 1925 quando un infarto troncò la sua vita. Nel 1944 la vedova e la figlia Celestina rientrarono in Italia, a Dumenza, loro paese di origine.

(Foto in alto: II ritorno della Gioconda al Louvre. 1914, Henri Roger-Violett)