Vittorio Emanuele II, foto di André-Adolphe-Eugène Disdéri. 1861

VITTORIO EMANUELE II, “PADRE DELLA PATRIA”

Vittorio Emanuele II fu l’ultimo re di Sardegna e il primo re d’Italia. Venne soprannominato “Re galantuomo” perché rifiutò di abrogare lo Statuto Albertino, la legge costituzionale promulgata dal padre re Carlo Alberto nel 1848. Nacque a Torino nel 1820. Era il primo figlio di Carlo Alberto e di Maria Teresa di Toscana.

Carlo Alberto apparteneva al ramo dei Savoia-Carignano. Poiché non era benvisto dal cugino re Carlo Felice per le sue idee liberali, gli fu dato ordine di lasciare Torino e di risiedere in Toscana. Il granduca Ferdinando III era suo suocero. Durante la permanenza a Firenze un grave incidente occorse al piccolo Vittorio Emanuele. Un incendio nella villa di Poggio Imperiale, sulle colline di Firenze, dove i giovani coniugi Savoia-Carignano alloggiavano con il figlioletto, coinvolse la camera dove dormiva Vittorio Emanuele e la sua nutrice Teresa Zanotti Racca. Sembra che quest’ultima avesse inavvertitamente avvicinata la fiamma di una candela al velo che proteggeva la culla dove dormiva Vittorio Emanuele. La nutrice avvolta dalle fiamme si precipitò, con il bimbo tra le braccia, nella camera dove dormiva Maria Teresa. La madre afferrò il bambino che se la cavò con tre piccole scottature. Al contrario la Zanotti, a causa delle gravi ustioni provocate dalle fiamme, morì poco dopo.

Questo tragico episodio fece nascere chiacchiere e sospetti sulla vera identità di Vittorio Emanuele che crescendo mostrava un carattere e un fisico completamente diverso dai genitori. Si disse che il bambino fosse deceduto tra le fiamme e fosse stato sostituito da un altro, figlio di un macellaio, di cui il padre aveva fatto denuncia di scomparsa proprio in quei giorni. Queste dicerie furono indirettamente smentite da una lettera che Maria Teresa ebbe a scrivere a suo padre, il granduca Ferdinando, per lamentarsi che il bambino cresceva come un discolo, un carattere completamente diverso dal padre, “Io non so veramente da dove sia uscito codesto ragazzo” concludeva. Non si sarebbe espressa in tali termini se effettivamente il bambino non fosse stato il loro vero figlio.

Nel 1931 Carlo Alberto, sebbene appartenente al ramo collaterale dei Savoia-Carignano, ereditò il trono di Sardegna succedendo a Carlo Felice, essendo l’unico maschio del casato. Vittorio Emanuele divenne principe ereditario. Nonostante questa nuova responsabilità le preferenze del giovane erano per la vita all’aperto, mentre lo studio era per lui una tortura che “ingiustamente” gli veniva inflitta. Era un ottimo cavallerizzo. Si dilettava di escursionismo montano. Eccelleva nella scherma e nelle arti militari. Appena diciottenne gli fu concesso il grado di colonnello ed ebbe il comando di un reggimento. Con sua grande gioia poté dedicarsi alla vita militare.

A 22 anni si sposò con Maria Adelaide d’Austria. Il matrimonio, benché combinato per creare alleanze dinastiche con gli Asburgo, ebbe una buona riuscita. I due si amavano anche se Vittorio Emanuele si concedeva parecchie avventure extraconiugali. Nel 1843 nacque Maria Clotilde. Nel 1844 venne alla luce Umberto, destinato ad essere il futuro erede al trono. Seguirono altri sei figli.

Nel 1847 Vittorio Emanuele conobbe Maria Vercellana, “la bella Rosin”, con la quale ebbe una relazione che durò tutta la vita. Nel 1869, vedovo da qualche anno, la sposò morganaticamente. Da Maria Vercellana ebbe due bambini. Altri figli li ebbe con le sue numerose fiamme.

Nel 1848, a seguito dei moti libertari che si propagarono in tutta Europa, Carlo Alberto concesse lo Statuto Albertino. Inoltre guardava con simpatia al movimento neoguelfista che prevedeva un’Italia federata sotto la guida del papa. L’anno seguente il Regno di Sardegna dichiarò guerra all’Austria per ottenere la liberazione del Lombardo-Veneto. L’esito infausto di tale conflitto, determinato dal voltafaccia di papa Pio IX e dal ritiro delle truppe del Regno di Napoli, indusse Carlo Alberto ad abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele. Carlo Alberto si ritirò in Portogallo, fermandosi a Oporto. Sopraffatto dal dispiacere per la sconfitta e a causa di un deperimento progressivo morì il 28 luglio del 1848. Aveva 51 anni.

Il re Vittorio Emanuele II era consapevole che senza l’aiuto delle potenze europee non avrebbe potuto unificare l’Italia. La nomina di Cavour a primo ministro fu una felice scelta a questo proposito. L’occasione di stringere alleanze utili l’ebbe con lo scoppio della guerra di Crimea. Cavour volle che il Regno di Sardegna si alleasse con la Francia, l’Inghilterra e l’Impero Ottomano contro la Russia. Inviò un corpo di spedizione in Crimea. La sconfitta delle forze russe nella battaglia di Sebastopoli, alla quale contribuì anche l’esercito piemontese, condusse a più stretti rapporti tra il Regno di Sardegna e la Francia di Napoleone III. Vittorio Emanuele II e Cavour inviarono a Parigi il diplomatico Costantino Nigra e la cugina di Cavour, la bellissima Virginia Oldoini, contessa di Castiglione. Virginia aveva avuto precise disposizioni dai suoi sponsor torinesi: infilare nel suo letto Napoleone III, e da quella posizione carpirgli informazioni e influire su un atteggiamento positivo verso i propositi di unificazione dell’Italia.

Il 27 aprile del 1859 il Regno di Sardegna, forte dell’alleanza con i francesi, dichiarò guerra all’Austria. Era la seconda guerra d’indipendenza. L’intervento dei militari d’oltralpe a fianco dei piemontesi determinò la sconfitta degli austriaci a Magenta e a Solferino. L’Austria, nei successivi accordi, cedette ufficialmente la Lombardia alla Francia anziché al Piemonte. In tal modo voleva rimarcare che la sua sconfitta era stata opera di una grande potenza europea e non del piccolo Regno di Sardegna. Napoleone III girò subito dopo la Lombardia al Regno di Sardegna. Conseguenza della guerra perduta dall’imperatore Francesco Giuseppe fu anche la fine dell’influenza austriaca sui piccoli stati dell’Italia centrale. La Toscana, Parma, Modena e la Romagna dello Stato Pontificio, passarono sotto il controllo indiretto del Piemonte. Si erano costituiti governi locali che aspiravano all’unità d’Italia.

Vittorio Emanuele colse il momento positivo non opponendosi alla spedizione al sud che Garibaldi andava preparando a Genova per liberare il Regno delle due Sicilie dai Borbone. Emissari di Cavour e di Vittorio Emanuele parteciparono alle riunioni preparatorie dell’impresa. Le condizioni poste da Vittorio Emanuele erano che lo Stato Pontificio, sotto protezione di Napoleone III, non fosse interessato dalla spedizione e che il sud confluisse in un unico regno il cui sovrano sarebbe stato lo stesso Vittorio Emanuele.     

La Spedizione dei Mille fu un grande successo. Le camicie rosse, sbarcate a Marsala l’11 maggio del 1860, si ritrovarono a Napoli a metà settembre dello stesso anno. Il successivo 26 ottobre Vittorio Emanuele e Garibaldi si incontrarono a Teano. Il re riservò al generale uno sgarbo non passando in rassegna le camicie rosse schierate a Caserta in sua attesa. Si rifiutava di dare un ufficiale riconoscimento all’opera di liberazione fatta da Garibaldi. Temeva che il generale volesse un ruolo nel governo dell’Italia meridionale. Garibaldi lasciò amareggiato Napoli recandosi nella sua amata isola di Caprera.

Il 17 marzo del 1861, dopo che si erano svolti i plebisciti di annessione, il rinnovato parlamento proclamò il Regno d’Italia. Primo sovrano del nuovo regno fu Vittorio Emanuele, che volle conservare l’ordinale II.

L’ex re delle due Sicilie Francesco II, conosciuto come Franceschiello, e la sua consorte Maria Sofia di Baviera, sorella della famosa Sissi moglie dell’imperatore Francesco Giuseppe, si erano rifugiati a Roma ospiti del papa. Qui, nel palazzo Farnese di proprietà dei Borbone, formarono un governo in esilio. Lo scopo era di riconquistare il Regno delle due Sicilie. Maria Sofia in particolare non aveva accettato lo sgarbo di Vittorio Emanuele che si era impadronito dei loro beni personali. Conquistare il loro regno era da considerarsi una questione politica e militare, ma impadronirsi dei loro averi era stata, secondo Maria Sofia, una pugnalata alla schiena. Tra l’altro i Savoia e i Borbone di Napoli erano strettamente imparentati.

Dispetti e inimicizie continuarono. Maria Sofia, durante il suo soggiorno a Roma, fu vittima di un dossieraggio calunnioso. Foto pornografiche, frutto di un fotomontaggio, furono diffuse e spedite alle varie case regnanti europee e al papa. Queste foto ritraevano una figura femminile, le cui sembianze apparivano essere quelle di Maria Sofia, nuda in pose osé. I colpevoli di questo fotomontaggio furono individuati dalla polizia pontificia nei coniugi Diotallevi, titolari di uno studio fotografico a Roma. Il sospetto della regina bavarese era che quell’azione fosse stata promossa da circoli pro-Savoia presenti nell’Urbe, ispirati dall’erede al trono d’Italia, il futuro re Umberto I, per danneggiare i Borbone che godevano ancora di una certa “allure” tra vasti strati delle popolazioni del sud.

Conseguenza di queste malefatte che Maria Sofia addebitava ai Savoia fu l’appoggio che tempo dopo la bavarese sembra desse ai circoli anarchici coinvolti nei due tentativi di omicidio, a Foggia e a Napoli, sofferti dal re Umberto I nel 1878 e nell’attentato mortale che lo stesso subì a Monza nel 1900. Questi sospetti indussero il governo italiano a chiedere alle autorità di Parigi, dove Maria Sofia all’epoca risiedeva, di espellerla dalla Francia.

L’unità d’Italia realizzata nel nome di Vittorio Emanuele era incompleta poiché all’Italia unificata mancava il territorio del vecchio Stato Pontificio che dopo la seconda guerra d’Indipendenza e la campagna del 1860 era ridotto al solo Lazio.

Nel 1865 Firenze fu proclamata capitale provvisoria del Regno d’Italia, nelle more della liberazione di Roma che tutti consideravano la vera capitale del paese. Fu vagliata anche la possibilità che la capitale venisse stabilita a Napoli che all’epoca era la città più popolosa d’Italia. Inoltre Napoli era stata la capitale del Regno delle due Sicilie, il più esteso degli stati italiani. Il timore che Napoli nel tempo potesse consolidarsi come capitale definitiva fu uno dei motivi per il quale alla fine venne scelta Firenze. Palazzo Pitti, la residenza ufficiale dei granduchi di Toscana, fu destinato a ospitare Vittorio Emanuele e la famiglia reale.

I patrioti risorgimentali italiani fremevano perché anche Roma fosse liberata ma Vittorio Emanuele e il governo frenavano, consapevoli e timorosi della reazione di Napoleone III e della cattolicissima moglie Eugenia de Montijo Guzman, vera ispiratrice della politica francese.

Un primo tentativo di marciare su Roma fu fatto da Garibaldi con una spedizione di camicie rosse partita da Palermo. Il 29 agosto del 1862 l’esercito regolare e la colonna di garibaldini si affrontarono sull’Aspromonte. Durante un breve scambio di colpi di fucile Garibaldi cercò di por termine allo scontro uscendo allo scoperto tra i due schieramenti. Fu colpito da due pallottole. Tutti a quel punto si fermarono tra lo sgomento generale. Garibaldi fu soccorso dai tre medici che erano al seguito dei volontari. Fu poi arrestato e portato nella fortezza di Varignano, ospitato nell’appartamento del direttore della struttura.

Di nuovo nel 1867 Garibaldi tentò di liberare Roma. Con una colonna di garibaldini entrò nel territorio dello Stato Pontificio proveniente dalla Toscana. La condizione per evitare l’intervento francese era che ci fosse un’insurrezione dei patrioti romani. Questa non avvenne nonostante il sacrificio dei fratelli Cairoli che si erano recati con un piccolo drappello sotto le mura dell’Urbe per sollecitare la sollevazione popolare. I due fratelli furono catturati dai militari pontifici e giustiziati. I volontari, guidati da Garibaldi, si scontrarono con l’esercito pontificio e con le truppe francesi a Mentana. I nuovissimi fucili a ripetizione Chassepot dei francesi determinarono la sconfitta dei garibaldini.

Nel 1870 Vittorio Emanuele approfittò della disfatta subita da Napoleone III nella guerra franco-prussiana per muovere l’esercito alla conquista di Roma. Il 20 settembre i soldati italiani penetrarono nell’Urbe attraverso la Breccia di Porta Pia. L’Italia finalmente era unita ad eccezione di Trento e Trieste. Il Quirinale, ex residenza del papa, divenne il palazzo dove Vittorio Emanuele e la sua famiglia furono ospitati. Roma era stata proclamata Capitale del Regno d’Italia nel 1861, ma solo il 1° luglio del 1871 ne divenne l’effettiva capitale.

Il papa si rinchiuse nella città leonina rifiutando di riconoscere lo stato italiano. Vittorio Emanuele volle che alla chiesa venissero riconosciute alcune guarentigie. “Libera chiesa in libero stato” fu la formula di Cavour che garantiva al papa le prerogative di capo di stato e la sovranità su S. Pietro, sulla città del Vaticano posta entro le mura leonine, e sulla residenza pontificia di Castel Gandolfo. Pio IX si vendicò dell’affronto subito scomunicando Vittorio Emanuele e la casa Savoia.

Nel dicembre del 1877, dopo una battuta di caccia notturna, Vittorio Emanuele si ammalò di polmonite. Il 7 del mese successivo le sue condizioni si aggravarono, nonostante la forte fibra del sovrano allora cinquantottenne. Pio IX, informato della gravità della situazione, ritirò la scomunica e inviò monsignor Marinelli al Quirinale per concedere gli ultimi sacramenti. Vittorio Emanuele si rifiutò di ricevere l’inviato del papa. Fu il suo cappellano monsignor D’Anzino a raccogliere la sua ultima confessione e a impartirgli l’estrema unzione. Il 9 gennaio del 1878 volle alla sua presenza i figli Umberto e Margherita. Chiese che fosse introdotto in camera anche il figlio Emanuele, avuto dalla moglie morganatica Rosa Vercellana. Alle 14 e 30 si spense.

Il suo successore, Umberto I di Savoia, fece erigere nel centro di Roma il Vittoriano, monumento in ricordo del “Padre della Patria” Vittorio Emanuele II. Oggi il complesso ospita la tomba del milite ignoto, uno dei soldati morti durante la Prima Guerra Mondiale, in rappresentanza di tutte le vittime del conflitto che aveva liberato i territori irredenti di Trento e Trieste.

(Foto in alto: Vittorio Emanuele II, foto di André-Adolphe-Eugène Disdéri. 1861)