Ufficiali inglesi durante la battaglia di Waterloo,1890, Richard Knötel

WATERLOO, LA BATTAGLIA CHE CAMBIÒ L’EUROPA

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Napoleone Bonaparte lasciò l’isola d’Elba il 26 febbraio del 1815 a bordo della “Incostant”. Questa decisione fu conseguente alle notizie che gli pervenivano dal Congresso di Vienna, ormai alle battute finali, durante il quale si andava maturando la risoluzione di allontanare Napoleone dall’isola d’Elba e relegarlo in qualche sperduta isola dell’Atlantico. Dopo tre giorni, con i circa mille uomini del suo esercito che lo avevano accompagnato sull’isola toscana, quattro cannoni e due suoi generali, Antoine Drouot e Pierre Cambronne, sbarcò nelle immediate adiacenze di Cannes beffando la marina inglese che non riuscì ad intercettare la “Incostant”. Napoleone e il suo seguito si diressero verso Parigi con una marcia chiamata “Volo dell’Aquila”, percorrendo strade che costeggiavano le Alpi. Luigi XVIII di Borbone, insediato sul trono di Francia grazie alla sesta coalizione, inviò le truppe per fermarlo. Queste si rifiutarono di combattere contro il loro imperatore e anzi si unirono al piccolo ma combattivo esercito agli ordini del Bonaparte.

Il 20 marzo del 1815 Napoleone entrò trionfalmente a Parigi dove riprese il suo posto di imperatore dei francesi. Il giorno precedente Luigi XVIII aveva lasciato in gran fretta la Francia e si era rifugiato in Belgio.

Napoleone inviò missive diplomatiche a tutte le case regnanti europee nelle quali in sostanza assicurava le sue intenzioni pacifiche nei confronti degli altri stati. Voleva solo concentrarsi sul governo della Francia.

I sovrani europei non si fidarono di quel messaggio. I loro rappresentanti erano a Vienna, occupati nelle riunioni del Congresso che avrebbe dovuto riportare l’Europa a com’era prima di Napoleone. Dopo mesi di defaticanti balli e ricevimenti i ministri e i plenipotenziari dei vari paesi, accompagnati da mogli e amanti tutte a Vienna a divertirsi, si resero conto che dovevano affrettarsi a chiudere la questione europea del dopo Napoleone, dove ormai “dopo” doveva essere sostituito da “ritorno”. Il congresso, all’unanimità, dichiarò Napoleone Bonaparte “nemico pubblico” e perturbatore della pace.

Il 25 marzo l’Austria, la Prussia, la Russia e il Regno Unito ripescarono il trattato di Chaumont con il quale si era formata la sesta coalizione per costituirne una settima con la quale affrontare e sconfiggere di nuovo Napoleone. Si impegnarono a fornire alla coalizione almeno 150.000 soldati ognuna.  

Napoleone era sempre ben informato sulle decisioni che venivano prese a Vienna. Forse in queste spiate non era estranea la moglie Maria Luisa che, ospite del padre a Vienna, non aveva del tutto abbandonato l’idea di tornare ad essere imperatrice, nonostante avesse già iniziato una relazione con il conte Neipperg. Il Bonaparte considerò che la coalizione aveva bisogno di tempo per mettere insieme una forza tra gli stati aderenti. La Russia doveva formare un corpo di spedizione e trasferirlo ai confini della Francia. Idem per l’Austria. Il Regno Unito al contrario era già presente con un esercito sul territorio olandese e belga. Anche le truppe della Prussia erano lì a due passi, a ridosso delle sponde del Reno.

Napoleone decise quindi di giocare d’anticipo e andare allo scontro con gli inglesi e i prussiani già a giugno. Era sua intenzione volgere a suo favore il fattore tempo e il fattore sorpresa. Affrontare inglesi e prussiani era sicuramente meglio farlo prima che le truppe russe e austriache raggiungessero i confini della Francia. Gli alleati della settima coalizione, al contrario, erano convinti che Napoleone non avrebbe attaccato. Sarebbe rimasto in attesa con le truppe schierate ai suoi confini per impedire l’invasione.

LE FORZE IN CAMPO A WATERLOO

Napoleone aveva un esercito già pronto alla battaglia, ereditato da Luigi XVIII, formato da 200.000 uomini, per la maggioranza veterani delle truppe imperiali. Furono anche richiamati i militari in congedo, tutti esperti veterani e fu istituita la coscrizione obbligatoria. Poteva contare su 276.000 militari più un numero imprecisati di soldati provenienti dalla coscrizione. Questi ultimi, a causa della loro inesperienza, non furono utilizzati nella spedizione che andava preparando, ma inquadrati nel corpo di difesa territoriale.

Le forze della settima coalizione pronte alla battaglia erano quelle inglesi e prussiane. I britannici, al cui comando c’era il duca di Wellington che già aveva sconfitto i francesi in Spagna, potevano contare su circa 68.000 uomini. Solo un terzo era rappresentato da militari inglesi con un buon addestramento. Il resto dell’esercito era formato da uomini provenienti da Hannover e dalla Sassonia, inquadrati nel King’s German Legion, e altri provenienti da Belgio e Olanda. Tutti questi avevano una preparazione sommaria e inoltre si mostravano inaffidabili e indisciplinati. L’esercito inglese, oltre alla fanteria, contava su circa 12.000 cavalieri tra ussari, lancieri e dragoni. Inoltre aveva un’artiglieria limitata nel numero e nel calibro (184 tra cannoni da 9 e 6 libbre e obici da 5 pollici e mezzo). Erano acquartierati nei dintorni di Bruxelles, città nella quale gli ufficiali risiedevano partecipando ad un’intensa vita sociale fatta di ricevimenti e feste organizzate dalle dame più in vista dell’alta società.  

Le forze prussiane erano comandate dal feldmaresciallo principe Gephard Leberecht von Blücher ed era formato da 48.000 tra prussiani, uomini della Westfalia e della Sassonia. Salvo pochi di essi, veterani di precedenti battaglie contro i francesi, questi soldati erano stati arruolati da poco tempo e avevano una preparazione sommaria. L’artiglieria prussiana consisteva in pochi pezzi da 12 e 9 libbre.

L’Armée du Nord, che contava 127.000 soldati esperti fu mobilitata per marciare contro l’esercito inglese e quello prussiano che stazionavano in attesa dei rinforzi russi e austriaci al confine nord-est della Francia, in territorio belga e olandese. Wellington, sicuro di aver ancora tempo, non aveva provveduto a dare una sistemazione tattica alle truppe. Esse erano sparpagliate su un vasto territorio. Anche le truppe prussiane non erano ancora radunate. I vari reparti erano accampati tra Gand e Liegi. Napoleone aveva intenzione di concentrare lo scontro al centro dello schieramento nemico. Aveva affidata l’ala sinistra dell’Armée du Nord al generale Michel Ney, che era stato al fianco di Napoleone in tutte le sue campagne precedenti. Con la restaurazione di Luigi XVIII aveva scelto di prestare la sua opera nell’esercito borbonico. Ma al ritorno di Napoleone aveva di nuovo cambiato bandiera ritrovandosi al fianco dell’imperatore. L’ala destra dell’Armée era condotta dal generale Emmanuel de Grouchy. La riserva, formata dalla Guardia imperiale, la migliore forza in campo, era guidata direttamente da Napoleone.

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LA BATTAGLIA DI WATERLOO

L’Armée avanzò all’interno del territorio dove era disseminato l’esercito avversario penetrando per 30 chilometri senza trovare resistenza da parte degli avamposti nemici che si ritirarono velocemente. Il duca di Wellington, nonostante fosse stato informato di quel che stava succedendo mentre partecipava a un ricevimento della duchessa di Richmond a Bruxelles, non ritenne lasciare la festa. Al termine della stessa, ormai troppo tardi, diede ordine che le sue truppe si spostassero verso quelle prussiane per fare massa critica.

La mattina seguente, il 16 giugno, Blücher radunò le sue truppe per affrontare i francesi. Napoleone tenne ferma l’ala sinistra destinata ad attaccare gli inglesi. Era sua intenzione sconfiggere prima i prussiani le cui forze si stavano concentrando a Ligny. Voleva costringerli in ritirata verso Liegi, lontano dalle forze inglesi, per poi concentrarsi contro le truppe di Wellington. Nel frattempo Ney ebbe i primi scontri con i britannici a Quatre-Bras.

La battaglia di Ligny si volse presto a favore dei francesi ma, a causa di un difetto di comunicazione, la sconfitta prussiana non si trasformò in una disfatta. Blücher, con una coraggiosa manovra di disimpegno, diresse il grosso delle sue truppe verso le postazioni inglesi. Sotto una pioggia scrosciante, con una marcia forzata che durò tutta la notte tra il 16 e il 17 giugno, riuscì nel suo obiettivo. Solo in mattinata Napoleone diede ordine a Grouchy di inseguire i prussiani. Ma era tardi per impedire il ricongiungimento dei prussiani con gli inglesi.

La mattina del 17 a Quatre-Bas il general Ney, al comando dell’ala sinistra dell’Armée, si trovò di fronte agli avamposti dello schieramento inglese. Secondo i piani avrebbe dovuto attaccare subito. Ma, inspiegabilmente, Ney non diede l’ordine di attacco. Fu Napoleone, al suo arrivo alle 14, a dare l’ordine di attaccare. Ma nel frattempo gli inglesi avevano iniziato a spostarsi verso Waterloo dove speravano di ricongiungersi con le truppe prussiane che erano riuscite a sganciarsi dai francesi. Napoleone lanciò i suoi soldati all’inseguimento per costringerli alla battaglia. Si arrivò a sera senza nessun risultato di rilievo. I francesi dovettero fermarsi per il buio ed attendere la mattina seguente per ingaggiare gli inglesi.

La notte prima della battaglia fu una notte insonne, sotto una pioggia incessante, per i soldati inglesi e francesi. I due schieramenti si fronteggiavano con solo 800 metri di distanza l’uno dall’altro nel pianoro attorno Waterloo, una cittadina posta a 10 chilometri a sud di Bruxelles. Nella notte sia Napoleone che Wellington, senza poter dormire, si aggiravano a cavallo tra le loro postazioni per dare gli ultimi ordini prima della battaglia. Erano consapevoli che lo scontro sarebbe stato decisivo per il prosieguo della guerra. Napoleone era sicuro della vittoria. Aveva schierato 72.000 uomini, 15.000 dei quali a cavallo, e 246 pezzi di artiglieria. «Questo piccolo inglese ha bisogno di una lezione» fu una delle frasi con cui Napoleone commentò l’abilità bellica del suo avversario durante la notte. Wellington al contrario, con i suoi 67.000 uomini di cui 12.000 a cavallo, e 177 pezzi di artiglieria, temeva una disfatta tanto da aver preparato, per tale eventualità, una via di fuga del suo esercito con una evacuazione via mare dal porto di Anversa.

La battaglia iniziò solo alle 11 e 30, quando la pioggia cessò e il fango che ostacolava i movimenti si consolidò. Fu una salva di cannone a dare il segnale delle ostilità. Quattro reggimenti francesi, comandati da Girolamo Napoleone, furono subito impegnati nella conquista del castello di Hougoumont. Il castello fu ben difeso dalle guardie e dalla fanteria leggera che resistettero all’attacco francese senza cedere terreno. Quello che doveva essere una veloce operazione si trasformò in una battaglia che coinvolse due divisioni dell’Armée. A fine giornata i francesi ancora controllavano saldamente il castello.

A partire dalle 12 le forze prussiane provenienti da Ligny iniziarono ad arrivare sulla piana di Waterloo. Napoleone inviò un messaggio al generale Grouchy ordinandogli di raggiungerlo con le sue truppe a Waterloo. A questo punto l’imperatore aveva bisogno di tutta la sua armata per affrontare inglesi e prussiani. Avrebbe anche potuto rinunciare alla battaglia e aspettare Grouchy e le sue truppe. Non volle attendere per non indebolire il morale delle truppe che in quel momento era molto alto. Inoltre riteneva ancora possibile una sua vittoria contro inglesi e prussiani.

Napoleone spostò buona parte della riserva sul fianco destro per fronteggiare i prussiani ed evitare di essere preda di una manovra avvolgente. L’artiglieria francese appostata su una cresta di una bassa collina iniziò il bombardamento delle forze avversarie. Nonostante una impressionante velocità di fuoco, circa 120 colpi al minuto, l’artiglieria non creò grossi vuoti nelle file avversarie. Questa poca efficacia fu dovuta alla rispettabile distanza alla quale si trovava il grosso dei nemici, circa 1400 metri. Inoltre il terreno fangoso limitava l’efficacia dei colpi che i francesi sparavano raso terra per ottenere rimbalzi dei proiettili sul terreno e per moltiplicare gli effetti nefasti degli stessi.

Alle 13 e 30 si mossero i fucilieri di fanteria, circa 14.000 uomini, contro le fila inglesi e prussiane. La situazione delle forze alleate divenne critica. Wellington decise di far intervenire la cavalleria a supporto delle truppe che schierate ventre a terra sparavano con i loro fucili, resistendo alla carica francese. Due brigate di cavalleria pesante attaccarono, fronteggiate dai corazzieri francesi che però si trovarono in un cul de sac che limitò i loro movimenti. La gran parte di essi fu messa fuori combattimento dai cavalieri inglesi. Questa manovra scompigliò le fila della fanteria francese la quale perse le posizioni fin ad allora guadagnate. Le truppe scozzesi e la cavalleria arrivarono fin dove erano sistemate le batterie di artiglieria francese riuscendo a mettere fuori uso parte dei pezzi.

Napoleone diede ordine di attaccare a due squadroni di cavalleria pesante e a due reggimenti di lancieri. Gli scozzesi e i cavalieri inglesi subirono gravi perdite. I pochi che riuscirono a salvarsi furono costretti ad una precipitosa fuga. Comunque Wellington aveva raggiunto lo scopo di fermare l’avanzata francese, guadagnare tempo e permettere al resto delle forze prussiane di raggiungere il campo di battaglia.

L’ala destra dell’Armée intanto procedeva lentamente verso Waterloo. Il suo comandante Grouchy aveva deciso di ricongiungersi con il resto dell’armata solo la mattina del giorno dopo. Fece mancare il suo apporto nel momento cruciale degli scontri con le forze dell’alleanza.

Alle 15 il generale Ney dette ordine ai corazzieri di intervenire. Era convinto che ormai Wellington stesse per cedere e avesse iniziato la ritirata. Ma si sbagliava. I soldati britannici che indietreggiavano stavano semplicemente trasportando i feriti al di là della linea di fuoco. L’attacco della cavalleria francese che, secondo le intenzioni di Ney, doveva essere l’azione decisiva per distruggere il nemico, si rivelò invece solo un episodio di quella giornata campale. I cavalli, rallentati nella loro carica dal fango, non ebbero abbastanza slancio per superare il muro di baionette che gli opposero i fanti inglesi ben posizionati sul campo di battaglia. Ci fu un lungo combattimento corpo a corpo. Napoleone lanciò nello scontro anche i dragoni e i carabinieri. Gli inglesi respinsero senza indietreggiare le numerose cariche della cavalleria francese, che subì importanti perdite.

Alle 18 le truppe di Napoleone avevano messo sotto scacco gli avversari. Molte delle batterie di artiglieria francese furono spostate direttamente sul campo di battaglia dove i loro colpi avevano una efficacia letale sulle fila nemiche.

Wellington disperava di resistere fino all’arrivo delle tenebre, che avrebbe dato delle ore di sollievo e riposo ai propri uomini. Ney, consapevole del momento favorevole, chiese a Napoleone di lanciare nella battaglia la riserva formata dalla guardia imperiale. Napoleone che doveva fronteggiare i prussiani che già dalle 16 avevano iniziato a dare battaglia sul lato destro dello schieramento francese negò l’aiuto richiesto da Ney. I prussiani avevano radunato tutte le loro forze determinando una superiorità numerica schiacciante alla quale le truppe francesi, formate da esperti veterani, non riuscivano a fare un efficace opposizione. I francesi furono costretti a rifugiarsi nel villaggio di Plancenoit dove i combattimenti continuarono senza sosta. Alla fine i prussiani ebbero la meglio e occuparono il villaggio, chiudendo l’unica via per l’eventuale ritirata dei francesi. Napoleone reagì inviando due battaglioni della Vecchia Guardia, i più esperti dei suoi soldati, che riconquistarono il villaggio dopo aspri scontri.

Alle 19 e 30 Napoleone era erroneamente convinto dell’imminente arrivo di Grouchy e delle sue truppe.  Già dalle 16 stava organizzando l’attacco finale contro Wellington, il quale informato da alcune spie rafforzò con le riserve lo schieramento centrale dove Napoleone aveva programmato il suo tentativo di sfondamento. I francesi concentrarono la fanteria e tutte le forze ancora disponibili al centro dello schieramento. Le batterie di artiglieria ancora efficienti iniziarono un bombardamento a tappeto per indebolire i britannici. L’attacco non fu decisivo e le perdite francesi furono notevoli anche per l’azione dei reparti di fucilieri britannici che, nascosti nell’erba, intervennero improvvisamente nella mischia falciando centinaia di fanti.

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LA SCONFITTA E IL RITORNO DELLA VECCHIA EUROPA

Nello scontro finale intervennero da destra i prussiani che sbaragliarono i reparti che avevano cercato di fermarli. Wellington approfittando dello sbandamento avversario lanciò all’attacco le sue riserve di cavalleria.

L’armata francese era presa tra due fuochi. Gli uomini capirono che la sconfitta era inevitabile e iniziò un disordinato arretramento. Napoleone prese atto della disperata situazione e ordinò la ritirata. Nonostante che i reparti prussiani inseguissero i francesi facendo strage nelle retroguardie, la Vecchia Guardia che era rimasta ferma a difendere la ritirata contrastò con coraggio e abnegazione gli inseguitori permettendo a quel che era rimasto dell’Armée du Nord di procedere verso Parigi. Nella fuga i francesi abbandonarono artiglieria e carri di rifornimento. Anche il convoglio con la carrozza di Napoleone corse pericoli. L’imperatore abbandonò la carrozza imperiale con il tesoro in oro e diamanti che serviva all’Armée per far fronte alle spese e si allontanò velocemente a cavallo, scortato da pochi uomini della sua Guardia. Napoleone contava di organizzare la difesa di Parigi per impedirne la conquista. Ancora sperava in una svolta a lui favorevole.

A Waterloo furono 25.000 le vittime, tra morti e feriti, tra i soldati francesi. Inglesi e prussiani contarono a loro volta 22.000 vittime, 15.000 tra i britannici e 7.000 tra i prussiani.  

Napoleone lasciò Parigi il 29 giugno raggiungendo il porto di Rochefort con l’intenzione di imbarcarsi verso gli Stati Uniti. Ma la Royal Navy impedì ogni movimento navale. Il 15 luglio Napoleone si consegnò spontaneamente agli inglesi.  L’8 luglio Luigi XVIII, scortato dalle truppe di Blücher, aveva fatto ritorno al palazzo delle Tuileries.  

La conseguenza della definitiva sconfitta di Napoleone permise la restaurazione del vecchio ordine concordato dalle case reali europee nel Congresso di Vienna. I reali tornarono quasi tutti sui troni che occupavano prima delle campagne napoleoniche. L’Europa che venne fuori dalle decisioni prese a Vienna resistette, con pochi cambiamenti, per un secolo. La prima guerra mondiale sconvolse di nuovo gli assetti di potere nel continente.

(Immagine in alto: Ufficiali inglesi durante la battaglia di Waterloo,1890, Richard Knötel)